Tutele crescenti e licenziamento illegittimo, l’indennità risarcitoria è incostituzionale




La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale della norma che disciplina il calcolo dell’indennità risarcitoria nelle ipotesi in cui non ricorrano gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, soggettivo e giusta causa. La Corte, al riguardo, chiarisce che nel caso di licenziamento illegittimo di lavoratori cui si applicano le cd. “tutele crescenti”, una indennità risarcitoria forfetizzata non realizza un equilibrato componimento degli interessi in gioco e non costituisce un adeguato ristoro del pregiudizio subito dal lavoratore ingiustamente licenziato, né un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente.


Una lavoratrice assunta dopo il 6 marzo 2015 ed alla quale dunque si applicavano “tutele crescenti”, aveva chiesto ed ottenuto in sede giudiziaria la declaratoria di illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimatole. Il Tribunale ordinario di Roma, premesso che la motivazione era costituita da “crescenti problematiche di carattere economico-produttivo” che non consentivano il regolare proseguimento del rapporto di lavoro, aveva ravvisato il vizio ravvisabile della “non ricorrenza degli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”.
La medesima Corte, tuttavia, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 7, lett. c), della L. n. 183/2014, recante “Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”, e degli artt. 2, 3 e 4 del D.Lgs. n. 23/2015, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”.
Nello specifico, quanto alle ragioni del contrasto della citata normativa con quella costituzionale, il Giudice rimettente asserisce anzitutto che la previsione di un’indennità “così modesta, fissa e crescente solo in base alla anzianità di servizio” non costituisce un adeguato ristoro per i lavoratori assunti a decorrere dal 7 marzo 2015 e illegittimamente licenziati. Tale “regresso di tutela” inoltre differenzia in modo “irragionevole e sproporzionato” tra vecchi e nuovi assunti, anche nella stessa azienda. Al riguardo, infatti, a fronte di un medesimo contratto di lavoro, in caso di necessità di ridurre il personale, l’azienda privilegerà sempre il meno costoso e problematico licenziamento dei lavoratori cui si applica il regime delle tutele crescenti.
Altresì, il rimettente evidenzia l’inadeguatezza, sul piano dissuasivo e sanzionatorio, dell’indennità prevista, considerato che tale importo “contenuto, scisso dall’effettivo pregiudizio provocato, sottratto, nella sua quantificazione, alla valutazione del giudice” è addirittura inferiore al correlato beneficio contributivo e certamente non induce le imprese a condotte virtuose, ma si risolve, al contrario, in un incentivo all’inadempimento dell’impegno da esse assunto con la stipulazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Orbene, la Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, co. 1, del D.Lgs. n. 23/2015, limitatamente alle parole “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio”. Sono invece inammissibili o non fondate le altre questioni di legittimità costituzionale.
In linea preliminare, la Corte non considera rilevante, ai fini del giudizio, l’innalzamento dei limiti, rispettivamente, da quattro a sei mensilità (limite minimo) e da ventiquattro a trentasei mensilità (limite massimo) dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto. Non è infatti il quantum delle soglie minima e massima, entro cui può essere stabilita l’indennità, al cuore delle doglianze, ma il meccanismo di determinazione dell’indennità.
L’asserita violazione del principio di eguaglianza del disposto normativo in questione, poi, non è fondata. Nella giurisprudenza della Corte, infatti, è costante l’affermazione per cui “non contrasta, di per sé, con il principio di eguaglianza un trattamento differenziato applicato alle stesse fattispecie, ma in momenti diversi nel tempo, poiché il fluire del tempo può costituire un valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche”. Altresì, la modulazione temporale dell’applicazione del D.Lgs. n. 23/2015, censurata dal rimettente, non contrasta con il “canone di ragionevolezza”, se si guarda alla luce della ragione giustificatrice dichiaratamente perseguita dal Legislatore, ovvero la predeterminazione e l’alleggerimento delle conseguenze del licenziamento illegittimo dei lavoratori subordinati a tempo indeterminato, dirette a favorire l’instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
Le ulteriori questioni, con cui il rimettente lamenta una tutela contro i licenziamenti ingiustificati rigida e inadeguata, sono invece fondate nei limiti appresso indicati.
La qualificazione come “indennità” dell’obbligazione prevista, non ne esclude la natura di rimedio risarcitorio, a fronte di un licenziamento che, anche se efficace, in quanto idoneo a estinguere il rapporto di lavoro, costituisce pur sempre un atto illecito. Quanto alla misura di tale risarcimento riconosciuto al lavoratore per il danno causato, che specularmente incide nella sfera economica del datore di lavoro, essa è interamente prestabilita dal Legislatore in un numero di mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio, entro limiti predefiniti sia verso il basso sia verso l’alto. Il meccanismo di quantificazione indicato connota l’indennità come rigida, in quanto non graduabile in relazione a parametri diversi dall’anzianità di servizio, mentre la rende uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità. L’indennità assume così i connotati di una liquidazione legale forfetizzata e standardizzata, ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio, non incrementabile, pur volendone fornire la relativa prova. Di contro, è un dato di comune esperienza, che il pregiudizio prodotto, nei vari casi, dal licenziamento ingiustificato dipende da una pluralità di fattori, tra i quali l’anzianità nel lavoro, certamente rilevante, è solo uno dei tanti.
Altresì, il quantum dell’indennità contrasta con il principio di ragionevolezza, sotto il profilo dell’inidoneità dell’indennità a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo. Tale inadeguatezza dell’indennità, rispetto alla sua primaria funzione riparatorio-compensativa del danno sofferto dal lavoratore, è suscettibile di minare anche la funzione dissuasiva della stessa nei confronti del datore di lavoro, allontanandolo dall’intento di licenziare senza valida giustificazione e di compromettere l’equilibrio degli obblighi assunti nel contratto.





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