Con la recente Ordinanza n. 26748 del 23 ottobre 2018, in materia di accertamento induttivo del reddito d’impresa, la Corte di Cassazione ha affermato che l’inclusione dei costi nella dichiarazione IVA è irrilevante ai fini della deducibilità, se mancano le fatture. D’altra parte, in relazione ai ricavi accertati, l’Amministrazione finanziaria deve tener conto dei costi correlati, che possono essere determinati anche in modo induttivo per calcolare il profitto netto, nel rispetto del principio di capacità contributiva
FATTO
L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso per accertamento induttivo del reddito d’impresa nei confronti della contribuente, contestando la deducibilità di alcuni costi di cui non sono state esibite le relative fatture.
Su ricorso della contribuente, i giudici tributari hanno annullato l’avviso di accertamento, sostenendo che ai fini della deducibilità, i costi contestati potevano desumersi dai dati contenuti nella dichiarazione IVA.
L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che in caso di disconoscimento di spese da parte dell’amministrazione finanziaria di costi relativi a prestazioni contenute in fatture, il contribuente ha l’onere di provare l’inerenza e la riferibilità dei costi sopportati con l’attività commerciale svolta, non essendo sufficiente la comunicazione dei dati, sebbene utilizzati dall’ufficio per la rideterminazione induttiva del reddito derivante dalla mancata presentazione della dichiarazione dei redditi.
DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Con riferimento alla determinazione del reddito d’impresa, secondo un orientamento ormai consolidato, affinché un costo possa essere incluso tra le componenti negative di reddito, non solo è necessario che ne sia certa l’esistenza, ma occorre altresì che ne sia comprovata l’inerenza, vale a dire che si tratti di spesa che si riferisce ad attività da cui derivano ricavi o proventi che concorrono a formare il reddito di impresa.
A tal proposito, la Corte di Cassazione, riformando la decisione dei giudici tributari, ha precisato che per provare il requisito di inerenza di un costo (il cui onere è a carico del contribuente) non è sufficiente che la spesa sia stata dall’imprenditore riconosciuta e contabilizzata, atteso che una spesa può essere correttamente inserita nella contabilità aziendale solo se esiste una documentazione di supporto, dalla quale possa ricavarsi, oltre che l’importo, la ragione della stessa. In conclusione, afferma la Suprema Corte, ai fini dell’esistenza e della valida deducibilità dei costi deve ritenersi irrilevante la circostanza della loro inclusione nella dichiarazione IVA presentata, se mancano le relative fatture.
D’altra parte, affermano i giudici della Corte Suprema, se da un lato il contribuente ha l’obbligo di provare l’esistenza e l’inerenza dei costi dedotti, dall’altro l’Amministrazione finanziaria, in caso di accertamento induttivo del reddito, ha l’onere di procedere alla ricostruzione della situazione reddituale complessiva del contribuente, tenendo conto anche delle componenti negative del reddito che siano comunque emerse dagli accertamenti compiuti. Qualora per alcuni proventi non sia possibile accertare i costi, l’Amministrazione può determinarli induttivamente, perché diversamente si assoggetterebbe ad imposta, come reddito d’impresa, il profitto lordo, anziché quello netto, in contrasto con il parametro costituzionale di “capacità contributiva”.
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