Ravvedimento in caso di compensazione del credito oltre il limite legale



L’utilizzo in compensazione del credito IVA, oltre il limite massimo legale annuale equivale al mancato versamento del corrispondente tributo alla scadenza prevista. Di conseguenza, per beneficiare del ravvedimento operoso, occorre necessariamente corrispondere, oltre alla sanzione ridotta anche l’eccedenza d’imposta non compensabile. In caso contrario è dovuta la sanzione in misura piena. (Corte di Cassazione – Ordinanza n. 31706/2018)

FATTO


L’Agenzia delle Entrate ha contestato alla società contribuente l’utilizzo in compensazione del credito IVA oltre il limite legale annuale (nel caso di specie 1 miliardo delle vecchie Lire); a fronte di tale rilievo la società ha provveduto ad effettuare il ravvedimento operoso versando la sola sanzione, nella misura ridotta prevista dalla disciplina del ravvedimento per l’ipotesi di tardivo versamento.
L’Agenzia delle Entrate ha ritenuto non valido il ravvedimento operoso con le modalità adottate dalla società, in considerazione del mancato versamento dell’imposta indebitamente compensata; pertanto, ha irrogato la sanzione in misura piena prevista per l’ipotesi di omesso versamento (30 per cento) dell’imposta indebitamente compensata.
I giudici tributari hanno accolto il ricorso della società rilevando che la mancata applicazione del limite della detraibilità nel corso dell’anno non fa venir meno il diritto alla detraibilità, ma ne determina solo il rinvio al periodo impositivo successivo. Di conseguenza, secondo i giudici tributari, l’infrazione non determina alcun indebito utilizzo del credito d’imposta, ma semplicemente un ritardo nel versamento dell’imposta, che può ritenersi sanato con il pagamento della sanzione ridotta del ravvedimento operoso.
La decisione dei giudici tributari, tuttavia, è stata riformata dalla Corte Suprema che ha dichiarato la legittimità della pretesa tributaria.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


Accogliendo le eccezioni dell’Amministrazione finanziaria, la Corte di Cassazione ha osservato che il superamento del limite massimo annuale previsto dalla legge dei crediti d’imposta compensabili equivale al mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste. Tale infrazione è soggetta alla sanzione nella misura del 30 per cento, analogamente all’ipotesi di utilizzo di crediti in compensazione in assenza dei relativi presupposti.
I giudici della Suprema Corte hanno precisato, inoltre, che l’errata utilizzazione della compensazione in assenza dei relativi presupposti, non integra una violazione meramente formale poiché comporta il mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste e determina il ritardato incasso erariale, con conseguente deficit di cassa, sia pure transitorio.
Ricorrendo l’ipotesi di omesso versamento dell’imposta, dunque, l’infrazione può essere sanata, in sede di ravvedimento operoso, unicamente con il pagamento dell’imposta non versata e della sanzione in misura ridotta, e non già con il pagamento della sola sanzione prevista da quest’ultima disposizione, dovendo altrimenti la definizione ritenersi incompleta e il comportamento sanzionabile in misura piena.
In conclusione la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “in tema di IVA, il superamento del limite massimo legale dei crediti d’imposta compensabili equivale al mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste, con la conseguenza che, ove il contribuente voglia validamente beneficiare del ravvedimento operoso, deve necessariamente corrispondere, oltre alla sanzione indicata dalla predetta disposizione, anche l’eccedenza d’imposta non compensabile”.





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