Dimissioni: nulle se il lavoratore è inconsapevole dell’atto che sta per compiere




Sono nulle le dimissioni del lavoratore se viene accertata una situazione di incapacità di intendere e di volere, tale da impedire la formazione di una volontà cosciente in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere.


Nel pronunciarsi sul caso, la Corte di Cassazione ha richiamato il principio secondo cui, ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere.
L’incapacità naturale – continuano i giudici – consiste in ogni stato psichico abnorme, pur se improvviso e transitorio e non dovuto a una tipica infermità mentale o a un vero e proprio processo patologico, che abolisca notevolmente le facoltà intellettive o volitive, in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione degli atti che si compiono o la formazione di una volontà cosciente.
La prova dell’incapacità naturale può essere data con ogni mezzo o in base a indizi e presunzioni, che anche da soli, se del caso, possono essere decisivi ai fini della sua configurabilità.
Nel caso di specie, l’indagine circa la sussistenza di dimissioni del lavoratore deve essere rigorosa, essendo in discussione beni giuridici primari, tutelati dalla Costituzione. Peraltro, sebbene la disciplina che regola le dimissioni nel lavoro pubblico (come nella specie) non coincida del tutto con quella prevista per il lavoro privato, però anche ad essa va comunque applicato il principio generale della piena genuinità e dell’autenticità delle dimissioni, perché non estendere tale principio ai dipendenti pubblici equivarrebbe ad indebolirne la posizione rispetto ai dipendenti privati, mentre la ritrosia ad accomunare le discipline muove dall’opposto presupposto.
Nella specie, la Corte di merito è pervenuta alla conclusione di escludere la configurabilità delle dimissioni del lavoratore come il frutto di un momento di inconsapevolezza dell’agire, pur considerandole l’epilogo di una condizione di malessere lavorativo, che si era tradotto di conclamate patologie.
Una simile conclusione si pone in contrasto con i principi della Suprema Corte di Cassazione, anzitutto perché in essa si muove dall’erronea premessa secondo cui il notevole turbamento psichico, non è sufficiente ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere, essendo necessaria una totale esclusione della capacità psichica e volitiva. Né può essere giustificata dal tenore delle conclusioni del CTU, secondo cui anche se il dipendente mostrava un notevole turbamento psichico pure nel momento delle dimissioni, tuttavia egli non si trovava in quel momento in condizioni di totale esclusione della capacità psichica e volitiva “e quindi in condizioni di incapacità naturale”.





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